Bando agli equivoci. Non ho avuto nessuna visione sulla via di Damasco: la scelta di questo titolo non è stata dettata da un’improvvisa conversione a un giovanilismo sognatore e perdigiorno.
Più che un’adesione ai temi ormai demodè della contestazione studentesca, la riproposizione di uno degli slogan più celebri di quel maggio ’68 francese vuole essere una provocazione diretta ai miei «25 giovani lettori» (forse è una stima un pò ottimistica, ma vada per la citazione manzoniana!).
Quaranta anni dopo le gloriose giornate della gioventù sessantottina la nostra generazione appare apatica e disorientata, indifferente e incapace di capovolgere una condizione di manifesta subalternità a una schiera di sessanta-settantenni che hanno contribuito a fare dell’Italia un paese mancato. Ciò che sconcerta è l’assenza di proposte alternative all’imperante gerontocrazia, verso cui tributiamo una prona acquiescenza unita ad un’infatuazione per i modelli imposti dall’industria culturale. Tutto ciò avviene mentre i gerontocrati di cui sopra accumulano sulle nostre spalle un debito pubblico mastodontico per pagare i propri privilegi.
Eppure, i giovani di altri paesi (vedi la Francia) si sono mobilitati per contestare un sistema che, dal mondo del lavoro a quello della politica, sembra sbarrarci la strada e condannarci a un’eterna fanciullezza. Perchè allora proprio noi giovani italiani continuiamo a trastullarci in una condizione umiliante e non proviamo uno scatto d’orgoglio nemmeno nei confronti di chi ci apostrofa come «bamboccioni»?
A dire il vero, l’Italia presenta alcune peculiarità: allo smantellamento dello stato sociale e alla precarizzazione del posto di lavoro la famiglia italiana ha risposto «mettendo a punto» una sorta di Welfare State in miniatura che supplisce alle carenze del legislatore. Tuttavia l’aiuto che la famiglia fornisce al figlio durante i lunghi anni di inserimento nel mondo del lavoro inibisce l’esplosione di quella «rabbia sociale», precondizione irrinunciabile di qualsiasi contestazione.
Inoltre, un sistema vischioso come quello italiano, ricco di distorsioni e ostacoli verso qualsivoglia novità, non agevola il percorso di emancipazione dei giovani. Per individuare le ragioni di tale vischiosità bisognerebbe indagare nelle storture della storia di questo paese, ma non è certo questa la sede idonea per farlo! Più modestamente vorrei invitare i miei soliti «25 giovani lettori» a non farsi atterrire dallo status quo e pensare in grande – pensare l’impossibile, appunto! Ciò non significa sponsorizzare una rivoluzione a tutto campo, che in breve tempo possa portare le nuove generazioni al potere: siamo realisti, una siffatta rivoluzione non è a portata di mano. Pensare l’impossibile nel 2008 si traduce così in una tensione continua verso una meta ambiziosa – lo svecchiamento della classe dirigente del paese – a cui approdare con gradualità, attribuendo il giusto valore ai piccoli ma non modesti successi ottenuti tappa dopo tappa. Un realismo coraggioso, che non teme di scontrarsi con le resistenze di una società sclerotizzata, deve assurgere a imperativo categorico per le nuove generazioni. Senza nulla togliere a chi ha coniato uno slogan così efficace, forse i ragazzi del XXI secolo dovrebbero affermare: «pensate l’impossibile, siate realisti».
Sotto questo aspetto la strategia del Partito democratico può rivelarsi vincente: l’inserimento di giovani nei posti clou delle liste elettorali insieme a misure quali il salario minimo legale possono diventare una valida piattaforma di partenza per un rilancio del ruolo dei giovani nella società. Peraltro, l’attivismo del Pd ha generato un circolo virtuoso che ha spinto anche gli altri partiti a occuparsi della questione giovanile, dopo che per diversi anni questo tema aveva latitato dalle campagne elettorali.
Un altro celebre slogan del maggio ’68 in Francia recitava: «esagerare vuol dire cominciare a inventare». Iniziamo a inventare, allora, inauguarando una stagione nuova di partecipazione giovanile, fatta di proposte, di iniziative, e soprattutto di sollecitazioni al sistema politico tali da mettere alle corde i gerontocrati, affinchè sappiano che non siamo più disposti a nutrire le nostre speranze con le loro promesse vuote.